Incipit (17): 19. La risata

Je m’appelle MangelAntonio Paolacci

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Il fatto è poi molto semplice.

Un pomeriggio d’autunno mio fratello smette di parlare e questo è quanto.

È in piedi di fronte a quel tizio in cravatta, gli fa un inchino profondo, con tanto di mano che svolazza, e pronuncia le sue ultime due sillabe.

«Io no» dice.

Da allora nessuno ha più sentito la sua voce. Una cocciutaggine degna del barone Cosimo Piovasco di Rondò, direte voi. Ma se quello è un personaggio letterario, emblema ammirevole di ribellione e disciplina, questo è mio fratello in carne e ossa e, credetemi, non è mai stato capace di concludere un bel niente.

Nei miei primi ricordi è solo un ragazzo, magro e impalpabile ectoplasma, capelli sconclusionati e faccia incomprensibile.

Si sveglia sempre quando è ancora buio. Lascia il letto, fa una doccia, va in riva al fiume con un libro e una fionda. Da casa al fiume potrebbe andarci bendato, impiegherebbe lo stesso tempo e saluterebbe le stesse persone, che in base all’orario sono certezze agli angoli.

«Ehi» fa lui.
«Ehi» fanno loro.
Siede sulla stessa panchina ogni giorno, convinto che il freddo lo renda più forte. Inizia a leggere appena arriva la luce dell’alba. Se gira la testa c’è il solito controcampo, riflessi argentei sull’acqua marrone, e i ratti, ormai abituati a lui […]

marcel
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