Incipit (12): 72. Lo stupore

Voilà, Mr Mojo Risin’Paolo Logli

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Parrebbe, a un primo sguardo distratto, che la nebbia sia solamente una convenzione narrativa. Io dico che forse sarebbe peggio venire qui – per dire – col sole e quaranta gradi all’ombra; allora sì che la contraddizione sarebbe maggiore, dolorosamente stridente. Ma tant’è. Mentre mi avvio nel vialetto, a passo lento, che camminare non mi distolga dal guardarmi attorno, velature di bianco umido e stracciato stagnano svogliate sul terreno, e tutto si adegua docilmente allo scenario di contrizione. Mucchi di foglie svolazzano, sparpagliati da brezze gelide e acuminate, e i rami degli alberi sono crepe nere stampigliate contro il vetro del cielo.

Ed eccomi qui, piovuto a sproposito in un incipit dal vago sapore esistenzialista, grigio come il collo di pelo sintetico del mio giaccone.

Divisione 6, giusto? Sei, conferma la piantina che fatico a tenere tra le dita per via dei guanti. La porto con me, e la consulto pure, anche se conosco perfettamente la strada, perché mi dà l’idea di orientarmi in una dimensione sconosciuta.

In realtà so benissimo dove andare, quasi a memoria.

Mi aggiusto la sciarpa e costeggio sulla sinistra, e ad un certo punto taglio nell’interno, facendo scricchiolare il ghiaino. Attorno, la sfilata di cappelle di marmo bianco e alberi neri, e lapidi conficcate nella terra. Respiro l’aria gelida che mi pizzica la gola, cerco di sentire il luogo, così drammaticamente immutabile da essere diverso, ogni volta, per particolari infinitesimali.

E il freddo, stavolta, pretenderebbe di essere metafora.

Vedi, io dico che dovremmo essere avvertiti prima che finiremo a contare i secoli nella divisione 23 – per dire. Così, tanto per guardare il mondo con altri occhi. Tanto per convincerci che conviene fare in fretta, a trovare un senso e riscattare questa vita. Oppure fare anche con calma, non è questo che importa, l’importante è trovarlo, un senso. Se c’è.

Che poi, quale essere avvertiti prima. Lo sappiamo tutti, come stanno davvero le cose, è che facciamo finta.

Oppure preferiamo imbottirci di sogni […]

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